Cineforum a Milano in bicicletta e incontri che ti emozionano

Elena aspettava il bus in Via del Corso mentre una fiumana di persone sembrava scorrere da Piazza Venezia a Piazza del Popolo e nella direzione opposta. Qualcuno si fermò dietro di lei;  sentì il click dell’accendino e dopo pochi secondi le arrivò un acre odore di tabacco. Immaginò la persona che fumava: una donna sui quarant’anni, non alta, leggermente sovrappeso, un po’ trascurata, unghie multicolori, un paio di borse – una di un negozio di abbigliamento e l’altra di un supermercato; probabilmente stava tornando a casa dopo aver lavorato. “Che mme dai ‘na sigaretta?”.” Tieni” aveva risposto una profonda voce da uomo. La donna svanì e quella voce  strattonò Elena indietro di due giorni e si ritrovò improvvisamente a Milano.

Cercando di arginare ed arricchire le sue giornate vagabonde si era  iscritta ad un cineforum non lontano dall’ufficio ma, per i soliti motivi di viaggi,  influenze, lavoro, impegni aveva perso parecchi film. Quel giorno, peró, era riuscita ad andarci. Aveva attraversato la città in bicicletta in lungo ed in largo per vari appuntamenti ma era riuscita a varcare la soglia del cinema e discostare le pesanti tende di velluto che davano accesso alla sala, proprio al primo fotogramma: un primo piano del volto di un prete corpulento, dai capelli rossicci e con barba e baffi sale e pepe che, contro il nero di un confessionale, ascolta.

Il film l’aveva sconquassata nonostante ne accettasse l’esagerazione. In uno sperduto villaggio irlandese,  sprofondato in una natura aspra e splendida, si raccolgono e vengono alla luce tutti i lati più tragici, violenti, disperati e disperanti della natura umana: la violenza sia fisica sia verbale in ambito di coppia o genitoriale,  l’abuso di sostanze, la figura di un giovane serial killer, tentati suicidi, il mercimonio del proprio corpo, l’alcolismo, la ricerca e la perdita della fede, la speculazione finanziaria e il denaro che azzera qualunque valore, la lotta politica armata, la pedofilia, la menzogna, il razzismo al contrario. Elena era uscita dalla sala con una tremenda voglia di piangere: che cos’è questo impaurito, cieco, violento, perso animale che chiamiamo umanità? Piangeva mentre saliva in bicicletta, disprezzandosi poichè sapeva che era solo una puerile reazione emotiva:  non l’avrebbe avvicinata certo alla comprensione ed aveva un effetto puramente catartico.

Avendo sete si fermò davanti ad un grande bar tabacchi, dagli arredi belli e costosi. Entrò e si mise in fila alla cassa. Mentre estraeva il portafoglio iniziò a sentire un odore molto sgradevole, di corpo non lavato, di urina. Alzando lo sguardo vide che il cliente davanti a lei era un clochard. I capelli bianchi, unti, con qualche filo nero,  sbucavano da un berretto che aveva visto tempi migliori; indossava un giaccone di tela cerata verde – come un vecchio eskimo – pieno di macchie e lucido per l’usura, dalla cui tasca sbucava il collo di una bottiglia;  i pantaloni erano larghi, strappati in alcuni punti, esageratamente lunghi e coprivano un paio di scarponcini sfondati e indossati come ciabatte. Aveva del sangue rappreso sulla tempia destra e lungo la gota e sulla mano.

Quando venne il suo turno la giovane e paffutta cassiera lo salutò: “Ciao Manuel. Come stai oggi! Oddio, che hai fatto? ” Lui le rispose con voce sommessa. Elena non riusciva a sentire poichè l’uomo era di spalle. “Ma l’hai detto alla polizia? Quanti erano? Li hai mai visti prima? Mascalzoni!” e gli  diede una bottiglietta di acqua e una confezione di fazzolettini di carta mentre lo guardava con preoccupazione. “Che cos’è?” gli chiese poi guardando un pacchettino che Manuel aveva messo, timidamente, sul vassoio dove si mettono i soldi. La carta era sdrucita  e del bianco aveva solo il ricordo. Lo aprì e ne tirò fuori un piccolo angioletto. Sembrava di avorio ma era ovviamente di plastica. L’uomo mormorò qualcosa. “È delizioso. Grazie, sei proprio caro,  ma non lo posso tenere. Grazie. Magari puoi venderlo e recuperare qualche soldo”. L’uomo, però, spingeva l’angioletto verso di lei che, data una rapida occhiata alla persona che si era messa in fila dietro ad Elena, era tornata ad osservarlo con un ombra di affetto. Nel frattempo, Manuel, frugando in fondo ad una tasca, aveva recuperato una grande manciata di monete e le aveva messe accanto all’angioletto sul vassoio, biascicando qualcosa. La ragazza aveva contato i soldi e, al loro posto, aveva messo un pacchetto di sigarette.” Tieni, Manuel” disse mentre spingeva entrambi verso di lui che, prese le sigarette, lasciò l’angelo dicendole qualche parola.

Il volto di lei si turbò, assunse un’aria terribilmente addolorata  e gli occhi le si fecero più larghi e più brillanti. “Manuel, non piangere” gli disse piano sfiorandogli delicatamente la mano sporca e insanguinata che era rimasta appoggiata accanto al vassoio. “Quando è morta tua figlia?”. Lui, tentennando, ritrasse la mano e, mentre si girava per uscire, bisbigliò “Troppo tempo fa”.

Elena, turbata ed addolorata, lo seguì con lo sguardo mentre dentro, da qualche parte, le si faceva strada la sensazione che, forse, il film non fosse finito.

– Tratto da “Racconti di fumo” di Francesca Cesati